«L’ospite non deve arrivare ad alzare la mano per attirare l’attenzione e domandare qualcosa. Sei tu che devi intuire, intercettare e anticipare le sue richieste e le sue esigenze. Se noti che è scomodo, devi spostargli il cuscino. Se appoggia la pillola sul tavolo, devi portargli un piattino. È utile fare delle domande aperte, per capire e presagire le sue mosse. Serve un’intelligenza emotiva che hai o non hai. E che io credo di avere. Come credo di saper leggere il linguaggio non verbale. Penso che il mio sia un innato senso per l’accoglienza. Ricordo che al bar pasticceria Gallone di Crispiano, non appena scorgevo un cliente entrare, lo salutavo dal bancone. Alcune cose non me le ha spiegate e insegnate nessuno. Solo dopo, con l’esperienza, ho raggiunto la certezza che fossero giuste».
È un Guglielmo Miriello sereno e consapevole quello che dal 2021 riveste il ruolo di direttore del Mandarin Garden, il poliedrico (e policromo) salotto del Mandarin Oriental Milan. Un luogo ipnotico, geometrico eppur dinamico, dove i marmi in bianco e nero dialogano col verde delle piante tropicali, con i toni vivaci delle sedute, con la carta da parati in rafia, con il centralissimo bancone e con una corte segreta, il cui progetto porta la firma dello studio di landscape architecture Parcnouveau.
L’ospitalità su misura al Mandarin Garden di Milano

«La nostra è una clientela internazionale, anche se sono moltissimi i milanesi che giungono per l’aperitivo. Ma tutti partono da aspettative elevatissime. Che il drink sia buono è solo il punto di partenza. Ciò che fa davvero la differenza è la capacità di connettersi con l’ospite, cucendo un’esperienza tailor made. Servono piccoli step, come ricordarsi il suo nome e conoscere bene i suoi gusti. Senza dimenticare di individuare il repeater, per poterlo sorprendere. A me è sempre piaciuto affascinare i clienti, raccontando aneddoti e intrattenendoli con un po’ di archeologia del bar. Sono meccanismi sempre validi, applicabili sia a un bar d’albergo sia a un locale. Io lo ripeto sempre ai ragazzi del mio team: dovete essere veri, esprimere quello che siete. Sorridendo e utilizzando un linguaggio e un atteggiamento adeguati», continua Guglielmo Miriello: millesimo 1980, una mamma (Elena) bravissima all’uncinetto, un’infanzia e un’adolescenza trascorse nella tarantina Crispiano e all’anagrafe il nome del nonno.
Le origini di Guglielmo Miriello e i primi passi nella ristorazione

«Lui portava il blazer bianco e il papillon, lavorando come cameriere per la famiglia Conserva: in occasione dei ricevimenti a Villa Maria, e pure all’Ideal Bar del paese. Dove iniziai anch’io, lavando le pentole e maneggiando la farina. Adoravo fare la pasta sfoglia. Per questo decisi di frequentare l’alberghiero, scegliendo proprio il settore cucina», svela Miriello, tracciando i contorni di una palestra fatta di libri (inclusi quelli di Ernest Hemingway), di stage a Rimini e a Jesolo, di determinazione, di attenzione maniacale per la materia prima.




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