«Lavoretto, ripiego, oppure impiego temporaneo da lasciare alle spalle appena arriva qualcosa di più serio». Le etichette che il mondo del bar continua a trascinarsi addosso nascono spesso da una visione superficiale del mestiere che ne ignora le complessità reali. Zana Mohlmann le conosce bene. Oggi è beverage manager di Manhattan ed East47, i due bar del lussuoso Conrad Singapore Orchard, e fa parte di una nuova generazione di professionisti dell’ospitalità internazionale che sta contribuendo a cambiare il modo in cui il bartending viene percepito.
«Personalmente sono stata fortunata a lavorare in ambienti in cui etica del lavoro, costanza e professionalità venivano riconosciute indipendentemente dal genere o dal background». Eppure, racconta, «quello che spesso viene sottovalutato è il livello di disciplina e intelligenza emotiva richiesto dietro al bancone».
Dalla carriera militare all’ospitalità internazionale

Nata nei Paesi Bassi da madre olandese e padre originario del Suriname, cresce tra due culture diverse che segnano presto il suo approccio alle relazioni. Prima del bar, però, immaginava tutt’altro futuro. «Avevo tra i 13 e i 17 anni quando ho preso seriamente in considerazione la carriera militare. Guardando indietro, penso che gran parte di quella scelta derivasse dalla pressione che molti giovani sentono nel dover capire molto presto cosa vogliono fare della propria vita, prima ancora di aver scoperto tutte le possibilità che hanno davanti. Sicuramente ero molto attratta dal lavoro di squadra e dal senso di responsabilità».
Poi tutto cambia e per Zana Mohlmann arrivano un gap year nel Sud-est asiatico e un corso alla European Bartender School in Thailandia. «Quello che mi è rimasto di quel periodo è stata l’atmosfera e il modo in cui questo lavoro riesce a mettere le persone in relazione». Quando Zana torna ad Amsterdam inizia a lavorare in un hotel cinque stelle come junior bartender. «Ho capito che l’ospitalità poteva unire creatività, cultura, storytelling e connessione umana all’interno di un unico spazio».
Zana Mohlmann alla guida di Manhattan ed East47

Oggi Mohlmann non ha neanche 30 anni e dirige Manhattan ed East47, due locali (uno dentro l’altro) molto diversi tra loro che riflettono modi distinti di vivere il cocktail bar. Manhattan guarda alla Golden Age americana con un servizio teatrale, costruito intorno alla sala e all’esperienza dell’ospite. East47 possiede invece una dimensione più intima e sperimentale.
«Il mio lavoro comprende gestione del team, mentoring, sviluppo creativo e, soprattutto, costruzione dell’esperienza del cliente. Per me i cocktail, infatti, sono più che semplici bevande. Sono strumenti di connessione. Un drink può stimolare curiosità, avviare conversazioni e creare relazioni tra persone che altrimenti forse non si sarebbero mai incontrate».
Il valore del lavoro dietro al bancone

I pregiudizi legati al bartending, secondo Mohlmann, restano ancora molto presenti nel settore. «L’ospitalità viene ancora sottovalutata», insiste. Secondo la beverage manager, questo modo di vedere il lavoro dietro al bancone influenza anche il valore economico riconosciuto alla professione. «Quando si continua a pensare che il ruolo del bartender sia poco qualificato, si finisce per considerare normale che l’ospitalità resti un settore poco pagato».
Social media, immagine e autenticità secondo Zana Mohlmann

Intanto, però, il mondo del bar si evolve anche attraverso i social media. I bartender diventano figure pubbliche, le guest shift si trasformano in contenuti e l’immagine acquista sempre più spazio dentro la professione. Mohlmann negli anni ha partecipato a campagne, shooting e collaborazioni con diversi brand, pur prendendo le distanze dall’idea che l’immagine possa bastare da sola. «L’immagine dovrebbe sostenere il lavoro, non sostituirlo». E ancora: «Una forte identità visiva può aprire delle porte, ma il rispetto a lungo termine continua a nascere dalla costanza, dalla leadership, dalla tecnica e da come si fanno sentire le persone».
Leadership, inclusione e nuove opportunità per i bartender


Ovviamente esistono anche “labels” positive. Tra tutte, quella in cui si riconosce davvero è «l’etichetta di ‘professionista dell’ospitalità’, più che semplicemente bartender. Dentro convivono creatività, leadership, comunicazione, servizio e capacità di costruire esperienze significative. Che si tratti di stare dietro al bancone, guidare un team, costruire concept o collaborare con i brand, tutto passa dal rapporto con gli altri. Ci tengo molto a essere percepita come una professionista creativa, autentica e accogliente. Perché, secondo me, quello che resta davvero nel tempo è come fai sentire gli ospiti. I migliori bartender sono capaci di unire tecnica, calore umano e umiltà».
Ed è proprio sulle persone che, secondo Zana Mohlmann, il settore sta iniziando davvero a cambiare. «Credo che oggi per i bartender esistano molte più opportunità rispetto al passato. Lo si vede nei talk, nelle competition, nei programmi di mentoring e nei ruoli di leadership, dove trovano spazio punti di vista, percorsi e background molto diversi tra loro. Siamo più incoraggiati a esporci e a condividere apertamente la nostra visione del mestiere. Con professionisti provenienti da culture, esperienze e contesti differenti, il successo non è più legato a un unico modello o a uno stereotipo. Sempre di più riusciamo a riconoscerci nel settore e a sentircene parte. Ovviamente esistono ancora situazioni in cui si parla di diversity e inclusione più per immagine che per convinzione reale, ma il cambiamento richiede tempo. La cosa importante è continuare a creare ambienti di lavoro in cui tutti possono sentirsi ascoltati, sostenuti e valorizzati».
Tratto dal magazine cartaceo di Coqtail – for fine drinkers. Ordinalo qui
Immagini courtesy Manhattan Singapore






