Alberto Blasetti è uno dei fotografi italiani più apprezzati nel mondo dell’enogastronomia e della bar industry. Ecco come è nato il suo sguardo fotografico.
La fotografia secondo Alberto Blasetti

La fotografia è come un cocktail: deve saper miscelare, a giuste dosi, tecnica e sensibilità, estetica ed etica, rigore e genio, proporzione e istinto, misura e visione, materia e immaginazione. «Quando si scatta una foto bisogna fare molta attenzione a quello che si intende far vedere, ma anche a quello che si vuole far intravedere. Perché se è importante ciò che si inquadra, è altrettanto cruciale ciò che si esclude, che si suggerisce, che si lascia presagire e immaginare. È il dettaglio a rammentare un intero luogo, una luce a evocare la presenza di una finestra. È il non completamente detto e svelato a divenire parte del racconto. È il pezzo mancante a coinvolgere chi sta dall’altra parte, narrando una storia che va ben oltre la cornice e i contorni. Solo in questo modo un piatto, un ritratto, un drink si trasformano in altro e riescono a dire altro».
Lo spiega così, con calma e fermezza, il suo credo nel clic, un fotografo riflessivo e volitivo come Alberto Blasetti: millesimo 1986, radici affondate nell’aquilana Massa d’Albe (comune marsicano posizionato alle pendici del Monte Velino) e una vita ormai stabile a Roma.
Sogni, studi e determinazione

«Ho frequentato il liceo classico, animato da grandi ideali. Ma già da adolescente sapevo che avrei fatto il fotografo. Esortato e supportato anche da mio fratello Renzo, che scattava per diletto. Trovavo la fotocamera il mezzo ideale per esprimermi in maniera puntuale, senza saper disegnare. E, pensando al futuro, mi ripetevo sempre, come un mantra, che avrei dovuto resistere, cercando di non cedere ai compromessi e alla seduzione della normalità».
E Alberto Blasetti non solo resiste, ma trova pure la forza e il coraggio di scegliere consapevolmente la propria strada. Che lo conduce prima verso il Tevere, poi lungo il Tamigi, per virare infine sulle ali dell’Aquila, planando sul corso di laurea in filosofia. «Studi fondamentali, almeno nella misura in cui mi hanno insegnato a mettere sempre tutto in discussione, a farmi delle domande, a non darmi mai una risposta definitiva, a cambiare idea, ad avere uno spirito critico. Specialmente nei confronti di me stesso. Del resto, se c’è un Anassimene che sostiene un’idea, ci sarà sempre un Anassimandro che ne difenderà un’altra. Ecco, ciò che non ho mai messo in dubbio è la determinazione a realizzare il mio sogno», continua lui.
La formazione di Alberto Blasetti accanto ai fotografi di cinema

Tornato nella Capitale, ha la chance della vita: affiancare come assistente due celebri fotografi di cinema come Philippe Antonello e Stefano Montano. «Io, che mi ero misurato solo con me stesso e con mio fratello, ho avuto la possibilità di misurarmi con loro. Li ho guardati e osservati, catturando i loro gesti, per poi farli miei. Come si faceva quando si andava a bottega. Ho imparato a usare i flash da studio, a creare un set. Ma ho anche capito come trattare con i clienti.
Ma c’è una difficoltà con la quale mi sono dovuto confrontare per lungo tempo: quella di non sentirmi all’altezza. Per il fatto di non avere seguito la canonica e accademica formazione di un fotografo». Un senso di manchevolezza confutato da un premio – come Fotografo dell’Anno 2019 per il Gambero Rosso – e da un costante e brillante impegno nel mondo dell’enogastronomia, dell’ospitalità e della bar industry. Coqtail incluso, magazine che in ogni numero traccia le coordinate, scegliendo un tema preciso.
Il valore dei limiti creativi

«La mia creatività beneficia dei paletti. Perché la libertà è bella, ma faccio più fatica a trovare l’indirizzo. Invece, imbrigliato dentro una maglia, sono costretto a trovare soluzioni originali. Come quella volta all’Ambroisie di Parigi. Che, sconvolti piani e scalette, presi la palla al balzo e decisi di fare foto contrastate, con una luce dura, comunicando un ristorante così classico con un linguaggio più dissacrante e più vicino alla mia generazione», ricorda Alberto Blasetti. Che, prima di affrontare un reportage o una copertina, si prepara.
Prendendo le misure, in primis nella testa. «Mi informo, studio la persona e il suo mondo. Leggo i testi del giornalista, per non essere ridondante. Anzi, per fare in modo che gli scritti, sommati agli scatti, si completino e non diano due, ma tre. Inoltre, cerco di comprendere il contesto, per trovare dei ganci e una partecipazione empatica con il protagonista in questione. Per questo preferisco arrivare prima: per parlare con lo chef o il bartender, per scoprire come gira il bancone o la sala, per intercettare la grammatica da applicare. Poi, nel momento in cui scatto, viene fuori qualcosa di ancora più potenziato. Perché una foto è tensione, intenzione, interazione e relazione. Perché una foto è un pensiero, che si deve tradurre in immagine, ispirando un immaginario».
La visione fotografica di Alberto Blasetti

Una visione dinamica e fluida quella di Alberto per l’universo visivo. In cui l’ego lascia spazio all’alter. «Voglio mettere al centro la realtà, allargando lo sguardo e cercando di annullare me stesso. Naturalmente so bene quanto sia impossibile. Il mio stile e la mia cifra restano imprescindibili. Del resto, in una foto confluisce tutto ciò che hai visto, fatto, sentito, toccato, ascoltato. Una foto è ciò che sei, che sei stato e che sarai. Ma al tempo stesso devi tenere l’occhio sull’altro soggetto, sulla materia. E quella materia devi conoscerla molto bene. In un piatto, o in un drink, devi sapere quale elemento mettere a fuoco. Io ho una responsabilità tecnica e una responsabilità concettuale. Solo così una foto può essere di spessore».
Fosse anche fatta con lo smartphone. Alberto Blasetti non si scompone. «Amo nutrirmi di input e stimoli, e Instagram, in particolare prima dell’avvento dei video e dei reel, era un proliferare di immagini. Era un luogo di condivisione di idee. Ma ancora adesso lo frequento, anche per prendere le distanze da quello che è stato fatto e magari evitare di rifarlo. Persino le foto brutte mi ispirano: ad agire diversamente».
Affetti e prospettive future di Alberto Blasetti

Intanto ha imparato a dosare set e vita privata. «Ora che ci sono Annalisa e Linda (la figlia, ndr) ho cercato di spostare il peso della bilancia su di loro. Perché il tempo vero è quello trascorso con la famiglia», continua il professionista. Che, dopo aver insegnato all’Istituto Europeo di Design, sta progettando una serie di corsi tutti suoi. «Solo con una cosa non mi sono ancora potuto misurare: un lavoro fatto esclusivamente per me».
Tratto dal magazine cartaceo di Coqtail – for fine drinkers. Ordinalo qui
Immagini credits Emanuel Florentin x Coqtail – riproduzione vietata






