Vista dall'alto di Dubai

Che fine ha fatto l’hospitality a Dubai?

A Dubai si continua a lavorare, ma con un passo diverso. Il traffico resta intenso, mentre alcune insegne tengono ancora le luci spente. A due mesi dal primo attacco missilistico iraniano, la città ha assorbito l’urto e ha ridisegnato ulteriormente le proprie priorità. Perché a Dubai il sistema non si ferma, si adatta.

E dove la domanda internazionale e le prenotazioni registrano un calo consistente, una parte dell’hospitality sfrutta questo momento per intervenire sugli spazi e avviare ristrutturazioni. Mentre l’altra, lo fa restando operativa, sostenuta da una clientela residente più selettiva e pronta a vivere la città anche in questa fase. Qui, le testimonianze di Francesco D’Arienzo, Francesco Galdi, Angelo Immorlano.

Cosa succede a Dubai

Francesco D’Arienzo bar manager del Blind Tiger, Dubai
Francesco D’Arienzo

Dubai rallenta, ma più che dalle strade si vede dai corridoi semivuoti degli hotel e dai tavoli lasciati liberi nei locali. Dalla fine di febbraio, e alla luce degli ultimi sviluppi del conflitto USA-Israele-Iran, il calo della domanda internazionale è aumentato mettendo a dura prova il settore che ha reagito con strategie diverse a seconda delle realtà coinvolte.

Secondo i dati di CoStar, il tasso di occupazione è sceso al 36,2% a marzo, rispetto al 71,4% dello stesso mese dell’anno precedente. Armani Hotel Dubai, Jumeirah Burj Al Arab, Atlantis The Palm, Park Hyatt Dubai e St. Regis Dubai hanno avviato chiusure temporanee o sospensioni parziali per intervenire sugli spazi che coinvolgono camere, aree comuni e tutta la componente food & beverage. Altri gruppi, invece, si sono mantenuti attivi lavorando sull’ottimizzazione dei turni e sulle aperture in altre aree per distribuire il rischio. La fotografia che emerge dalle testimonianze dirette restituisce un quadro di una industry che fatica ma non molla.

Una situazione in stand-by

Francesco Galdi, corporate operations & beverage manager di Buddha Bar Worldwide
Francesco Galdi

«Oggi Dubai continua a muoversi, ma con un’energia diversa. In superficie sembra tutto normale, ma c’è una tensione più silenziosa, più difficile da spiegare», racconta il bar manager del Blind Tiger, Francesco D’Arienzo, da pochi giorni in forza al Jumeirah Capri Palace Hotel per la stagione estiva. Secondo il suo punto di vista, il primo impatto ha inciso soprattutto sulla percezione, sul modo in cui residenti e operatori vivono la quotidianità. «Il settore dell’ospitalità ha rallentato molto. Il turismo internazionale si è quasi fermato», prosegue.

Anche la nightlife segue questo andamento. Nei locali i clienti continuano ad arrivare, ma sono soprattutto residenti. «Le persone escono comunque, ma con un atteggiamento più consapevole», racconta D’Arienzo. In questo periodo, la scelta dei luoghi diventa più mirata e si cercano ambienti familiari, posti dove sentirsi a proprio agio. Così, le conversazioni cambiano, con meno leggerezza e più voglia di connessione reale. «Le persone vogliono staccare completamente la spina», sostiene Francesco Galdi, corporate operations & beverage manager di Buddha Bar Worldwide. E per questo della guerra si parla ben poco. «In realtà non se ne parla tantissimo con i clienti, è un po’ tabù», confessa Angelo Immorlano, bar manager di Nobu & Nobu by the beach.

Chi ha chiuso e chi ha adattato il servizio

Si parla di rallentamento e intanto «Blind Tiger è momentaneamente chiuso», spiega D’Arienzo. «È una pausa forzata, ma necessaria». Altri locali restano aperti adattando il servizio. «Alcuni colleghi hanno fatto la stessa scelta, altri hanno deciso di rimanere aperti. Nel nostro caso l’azienda ci sta spostando in altri outlet dell’hotel, per supporto e per turnover, in modo che tutti possiamo avere uguali possibilità di completare il minimo degli orari lavorativi», aggiunge.

La dimensione operativa resta centrale. «Subito dopo gli attacchi del 28 febbraio abbiamo avviato un confronto con i nostri partner nella regione, valutando attentamente rischi e possibili benefici delle diverse scelte operative. Ad Abu Dhabi i quattro ristoranti del gruppo sono attualmente aperti, e uno in particolare continua a performare molto bene. In Qatar abbiamo riaperto dopo la fine del Ramadan, mentre in Bahrain le attività sono riprese pochi giorni dopo i primi attacchi. Anche Ras Al Khaimah, altro Emirato a nord del Paese, ha registrato performance solide. Stiamo monitorando attentamente la situazione a Dubai e restiamo fiduciosi che le nostre tre venue in città possano riaprire, a condizione che il contesto rimanga stabile».

Un settore che sfida la crisi

Angelo Immorlano, bar manager di Nobu & Nobu by the beach, Dubai
Angelo Immorlano

Oggi, una cosa è certa: il settore ne ha risentito. «Enormemente, e non avrebbe senso nasconderlo dietro un ottimismo di facciata», dice Galdi riflettendo sull’impatto che la nuova situazione ha avuto su tutta Dubai. La primavera rappresenta un periodo chiave per il business e una frenata in questa fase apre scenari complessi nei mesi successivi. «Le ripercussioni potrebbero protrarsi almeno fino a fine settembre, nella speranza che si arrivi a una risposta diplomatica efficace in tempi brevi. Il Covid ci ha insegnato a creare delle camere di ossigeno per i vari business», aggiunge.

Sul campo, la quotidianità si traduce in organizzazione. «Sto sempre al computer a cambiare l’orario di tutti. Siamo in troppi e il business è calato», racconta Immorlano. Il lavoro si redistribuisce e i ruoli si allargano: «Il team sta facendo un po’ di tutto, dall’occuparsi di idraulica alla falegnameria, fino alla cucina». In questo contesto, alcune realtà mantengono una linea precisa: «Siamo una delle poche aziende che non ha fatto salary cut e questo non è poco».

Il futuro per Dubai

Guardando avanti, la direzione non è la stessa per tutti. «La mia visione per il futuro è che occorrerà un minimo di sei mesi, un anno, per tornare come eravamo prima. Quindi fino a ottobre non penso di vedere un miglioramento nel business. Dobbiamo aspettare», spiega Immorlano.

Mentre D’Arienzo riporta la prospettiva su una scala più ampia: «Dubai ha sempre dimostrato una grande capacità di adattarsi e ripartire. Succederà anche questa volta». E Galdi aggiunge: «Le ripercussioni potrebbero esserci, ma Dubai è un hub finanziario, turistico e tecnologico di primaria importanza. Il mondo passa da qui e continuerà a farlo».

Foto di Emanuel Florentin x Coqtail – riproduzione vietata e courtesy Buddha Bar