Alessandro Belluschi aka Pellet, il bartender con una mano sola, lavora nel marketing del beverage e organizza iniziative dedicate alla comunità dei bartender, come i Bartender Soccer Game. Qui, la sua storia.
Alessandro Belluschi, una passione chiamata bar
«La mia disabilità non mi rende meno normale. È qualcosa che mi rende unico». Alessandro Belluschi, brianzolo di 24 anni, lo dice dopo aver passato anni a fare i conti con l’idea opposta. Con il tentativo costante di uniformarsi e di stare dentro quella normalità che gli sembrava l’unico obiettivo possibile. Ma dove sta davvero il limite? Nella condizione fisica o negli sguardi giudicanti degli altri? «Prima pensavo alla mano destra che non potevo muovere, ora a quella sinistra che sa anche shakerare».
Il bar, per Alessandro, arriva presto. Perché il bar è da sempre la sua passione. I piccoli locali della Riviera ligure, frequentati da ragazzino, diventano un punto di osservazione. «Guardavo i bartender muoversi dietro al bancone che sapevano shakerare, versare, preparare con abilità le garnish. E mi dicevo: ‘È bellissimo, vorrei farlo anch’io’». Un desiderio subito accompagnato da una domanda: «Tutti lo fanno con due mani. Ma io come faccio?».
L’unicità di Alessandro Belluschi e il grande limite della normalità

Alessandro nasce nel 2001 con un’emiparesi che interessa il lato destro del corpo. Una condizione che gli attraversa l’infanzia, le amicizie, lo sport, la vita a scuola e poi il lavoro. «I miei genitori mi hanno permesso di fare tutto e di vivere qualsiasi cosa nel modo più ‘normale’ possibile». E proprio quell’idea di normalità, quella parola che tutti usiamo con tanta faciloneria, con il tempo, diventa per lui una misura ingombrante.
«Per me essere normale voleva dire dover fare le cose come gli altri. Ho capito invece che non devo nascondere la mia disabilità dietro una maschera. Chi è disabile, quando vuole fare qualcosa, trova sempre una soluzione. Si dà da fare il doppio, a volte il triplo, e poi la soluzione la trova. Penso che sia più disabile chi non ti dà l’opportunità di provare. Il mondo del bar potrebbe fare molto di più creando occasioni reali: eventi, momenti di lavoro. Incentivare le scuole di formazione, sostenere percorsi dedicati, dare spazio a chi vuole mettersi in gioco. Spesso basta permettere alle persone di fare esperienza per cambiare davvero le cose».
Il richiamo del bar
Il bar lo affascina. «Meglio, mi chiama e mi mette alla prova duramente». La prima svolta arriva grazie a un incontro semplice, quasi casuale, con un amico di famiglia e con una disabilità simile. Alessandro gli racconta il dubbio che lo blocca. Ma la risposta è una domanda secca che lo sveglia: «Ma che te ne frega?». Una frase che prima resta sospesa, ma che poi torna prepotente e spalanca una strada nuova.
Per caso o «per errore», come confessa Alessandro ridendo, si iscrive a un corso di flair. Rinuncia? Resta. «Non sapevo neanche cosa fosse il flair, ma mi è piaciuto subito e l’ho fatto diventare la mia sfida personale. E più mi dicevano che non era una cosa per me, più mi impuntavo e continuavo». Il gesto di lanciare e riprendere bottiglie e shaker diventa esercizio e quel limite si trasforma in un terreno di lavoro quotidiano. «Sono andato avanti ho finito il corso. Certo, non sono diventato il migliore, ma so coinvolgere un ospite con le mie acrobazie meglio di tanti altri».
Tutto l’amore per il bar
Al bar però la rapidità diventa una necessità tecnica. «Ero lento, ho una mano sola. Se volevo lavorare dovevo essere veloce. Allora ho cercato banconi in cui potessi organizzare tutto intorno al mio corpo, come bottiglie a sinistra o station adattate». Perché ogni cosa risponde a un’esigenza precisa. «In primis non volevo creare fastidio o disturbare nessuno».
In parallelo arrivano l’università (Scienze della Comunicazione) e un percorso personale e psicologico in cui Alessandro inizia a smontare quella ossessione per la normalità che lo aveva accompagnato per anni. «Non riuscivo a sentirmi allo stesso livello degli altri, anche quando lo ero». Intanto cerca spazio nel lavoro e comincia a vedere i limiti degli altri, di quelli che si definiscono “normali”. Colloqui infiniti e prove extra producono tante porte che si chiudono e frasi che restano appiccicate addosso come un’etichetta. «Sei bravo, ma possiamo pagarti solo la metà». «Preferiamo uno con due mani». «È solo un problema d’immagine».
E quando l’anima si ferisce, il corpo presenta il conto. La gamba destra fatica a reggere e le cadute diventano frequenti. La seconda svolta arriva come una doccia fredda, con una chiamata per un turno extra dietro a un bancone, mentre Alessandro è immobilizzato sul suo divano di casa, incapace di camminare. «Avrei voluto stare dietro a quel banco per tutta la vita, ma ho capito che avrei dovuto venire a patti con me stesso, ascoltarmi e trovare un altro modo per vivere il bar».
Per i social: Pellet

E così è stato. Il bar per Alessandro cambia forma e diventa community quando, all’ultimo anno di università, sceglie di portare una tesi sull’evoluzione della mixology letta attraverso le leggi della comunicazione e del marketing. Il caso studio è Bruno Vanzan, il pluricampione del mondo di flair bartending. «Per me Vanzan è stato un riferimento e incontralo un sogno che si realizzava. È da qui che nasce Pellet». Un nickname come nuova identità costruita con un’ironia tagliente. Il giallo del logo come colore guida. Il claim “batti il tre, pugnetto” come firma.
Nei video, sui suoi canali social, Pellet emerge per la sua parlantina coinvolgente e per le sue battute. La disabilità entra nel racconto in modo aperto, mentre lo sguardo viene guidato a cogliere la persona nella sua interezza, oltre la “mancanza”. La comunicazione diventa per Pellet uno strumento per restare nel settore, per creare connessioni e per raccontare il bar da prospettive diverse. Per tutti si trasforma in un esempio da seguire.
Nascono da qui i Bartender Soccer Game, anche con l’aiuto di Francesco Losappio: partite di calcetto pensate per far incontrare i bartender fuori dal lavoro, in contesto informale. «Volevo creare un momento in cui le persone si incontrano, si divertono e pensano meno al lavoro».
Accanto a queste iniziative arrivano i format video, le interviste, le storie di chi gravita intorno al bar. «Da febbraio partirà la prima tappa della mocktail competition di Tassoni che arriverà fino a maggio, con un tour formato da sette tappe in tutta Italia e un gran finale a Milano. In tutte le tappe sarò il volto social della manifestazione e andrò in diretta. Un mix tra infiltrato e intrattenitore, pronto a raccontare e far vivere dai social la gara del dentro e fuori il bancone». Pellet oggi è questo. Un ragazzo che è riuscito ad alimentare il fuoco della sua passione per il bar, senza mai spegnerlo.
Foto di Emanuel Florentin per Coqtail – riproduzione vietata






