Dokidoki nuovo bar New York

Dokidoki, il nuovo bar di New York che crea un punto d’incontro fra cultura giapponese e latinoamericana

A-K Hada e Christian Suzuki-Orellana (Suzu) hanno unito le forze per dare vita a Dokidoki, il cocktail bar che a Brooklyn, New York City, favorisce il dialogo fra la cultura del Giappone e quella latinoamericana. I drink guardano molto alla miscelazione nipponica (con qualche nota tropicale) e sono caratterizzati da un contenuto alcolico basso o nullo, mentre la musica ha il ritmo e il calore latino. L’obiettivo finale è che i clienti escano dal locale pieni di energie positive, buonumore e bevute deliziose.

Dokidoki, il batticuore

Interni del nuovo cocktail bar Dokidoki di New York
Interni di Dokidoki

La parola dokidoki viene dalla lingua giapponese: è un’onomatopea che riproduce il suono del cuore che batte forte e può essere utilizzata per indicare l’innamoramento, l’ansia di fronte a una sfida, l’emozione intensa di fronte a qualcosa di inaspettato. Nel caso del bar di A-K Hada e Suzu il riferimento è all’energia della musica latina diffusa all’interno del locale e all’emozione suscitata dalla calorosa ospitalità giapponese.

È nipponica anche l’ispirazione che ha guidato la scelta dell’ambiente e degli arredi: in questo caso il punto di riferimento è stato il tachinomi, tradizionale bar dove le consumazioni avvengono stando in piedi. Da Dokidoki ci sono sgabelli e posti a sedere, ma resta l’idea di entrare in un luogo informale e capace di stimolare incontri e conversazioni tra i clienti.

I signature drink, un po’ giapponesi e un po’ latini

Signature Ichiki Tini
Signature Ichiki Tini

Le chiacchiere sono agevolate anche dalla drink list, che mantiene bassa la gradazione alcolica e propone signature curiosi. Per esempio il Tropi Hai: la spina dorsale del cocktail è fornita dalle note di cereale e nocciola dello shochu d’orzo e del tè d’orzo tostato; la freschezza è data dal pompelmo e dal tamarindo, con quest’ultimo ad aggiungere corpo e a fare da ponte alla morbidezza della cannella.

Le note tostate si trovano anche nello Shibuya Cafecito, che utilizza due diversi shochu d’orzo: uno più fruttato e floreale, l’altro dal carattere più deciso e tostato. Su questa base si inseriscono caffè e tè relajo: il primo lavora su profondità e amarezza, il secondo su note legnose e balsamiche. Infine, vaniglia e siero di latte smorzano le spigolosità e donano una texture vellutata.

Ha infine una struttura complessa il signature Ichiki Tini. Merito di uno shochu di patate dolci, dall’intenso sapore di litchi e frutti tropicali, che viene bilanciato grazie alla componente minerale del vermouth bianco, addolcito dall’ananas e reso più balsamico dalla verbena.

Chi poi desiderasse un drink analcolico può ad esempio scegliere il Rosie Perez, un cocktail fresco, leggermente affumicato e umami in cui lo spumante dealcolato conferisce un’acidità secca, il mango una dolcezza tropicale, il tè genmaicha note umami e amarognole, infine il peperone shishito la freschezza erbacea.

Anche il cibo è bilingue e multiculturale

Se la drink list punta all’incontro fra Giappone e America Latina, il cibo non può che seguire la medesima strada. Così lo chef Daniel Maysonet, in qualità di consulente, ha elaborato una proposta che parte dai cibi comunemente serviti negli izakaya per arricchirli con i sapori decisi della cucina portoricana e salvadoregna.

Ecco per esempio la pancetta di maiale croccante con yuzu kosho e tamarindo, oppure il merluzzo con cavolo cappuccio, salsa tartara al sesamo e shokupan. Qua e là si scorge l’influenza della cucina nikkei, ma ciò non porta a un’esecuzione priva di slancio e originalità.

Foto courtesy Dokidoki, credit Shannon Sturgis