Espresso Martini, il cocktail di Dick Bradsell

Espresso Martini, perché il cocktail di Dick Bradsell è così di tendenza

Negli ultimi anni l’Espresso Martini cocktail è tornato prepotentemente alla ribalta. Questo drink nasce grazie a una donna con le idee chiare, un bartender in stato di grazia e una stanchezza da sconfiggere. Il nome racconta una verità (la presenza del caffè espresso) e una bugia (non è un Martini).

La storia dell’Espresso Martini cocktail, fra modelle e bartender

La storia dell’Espresso Martini è una faccenda piuttosto recente e questo fa sì che molti dettagli siano noti, ma non tutti. È il 1983, a Londra, tra le mura del bar Soho Brasserie. Dietro il bancone c’è Dick Bradsell. È all’apice della fama e della creatività, sta capitanando la cocktail renaissance londinese e tutti bramano di vederlo al lavoro: persone comuni, gente famosa, teste coronate, l’intero spettro della clientela.

Un giorno entra nella Soho Brasserie una modella: è molto bella, ha uno sguardo intenso e ha chiaramente dormito troppo poco. Si avvicina al bancone, richiama l’attenzione di Bradsell e gli chiede «something to wake me up, then fuck me up». La richiesta non è così piccante come potrebbe sembrare a prima vista: una possibile traduzione in italiano è «qualcosa che mi svegli e mi dia la scossa».

Un cocktail con il caffè espresso

Dick Bradsell ricorda che all’epoca «la macchina del caffè era esattamente accanto alla mia postazione: era un incubo, perché i fondi di caffè erano dappertutto. È facile capire come il caffè fosse una cosa a cui pensavo spesso, e all’epoca la base alcolica di ogni drink era la vodka, tutti volevano solo quella». Bradsell fa uno più uno e la donna riceve un cocktail improvvisato sui due piedi, preparato con vodka, sciroppo di zucchero, due tipi diversi di liquore al caffè e un espresso bello carico.

Il mistero della modella: era Naomi Campbell o Kate Moss?

Per anni si è discusso sull’identità della donna che ha originato l’Espresso Martini. Dick Bradsell non ha mai chiarito il mistero, ligio alla regola che ciò che accade al bancone di un bar resta al bancone di un bar e il bravo bartender sa essere discreto. Ovviamente, la fama di Bradsell (e del cocktail) ha gettato benzina sul fuoco della curiosità facendo fioccare ipotesi. Le più frequenti chiamano in causa due top model di fama assoluta come Naomi Campbell e Kate Moss. Suggestioni affascinanti, quasi sicuramente errate.

Nel 1983, anno di invenzione dell’Espresso Martini, Naomi Campbell ha fra i 12 e i 13 anni: ha già lavorato come ballerina (il suo esordio è a 8 anni, nel videoclip di Is This Love, canzone di Bob Marley), ma non è ancora entrata nel mondo della moda. In quello stesso 1983 Kate Moss ha 9 anni e non inizierà la carriera da modella fino al 1988. Difficile credere che l’una e l’altra potessero entrare in un bar e ordinare un cocktail, tanto meno essere etichettate come modelle.

Il nome su cui puntare è un altro, quello di Marie Helvin: classe 1952, che proprio a Londra si era affermata come modella lavorando per Versace, Valentino e Yves Saint Laurent. Non ci sono certezze che sia stata proprio lei a chiedere di essere risvegliata (colpa del riserbo di Bradsell), ma a oggi è la congettura più solida.

L’Espresso Martini non è un Martini

Dick Bradsell ha appena inventato e servito il suo cocktail e lo battezza Vodka Espresso. Il nome è appropriato, ma non è quello che passa alla storia, cioè Espresso Martini.

Come mai questa modifica? Domanda lecita, tenendo conto che il cocktail non è in alcun modo imparentato con un Martini perché non contiene gin e nemmeno vermouth. Alcuni ipotizzano che dipenda dal fatto che nella Londra degli anni Novanta impazzò la Martini Craze, cioè la tendenza a chiamare Martini qualunque drink servito nella classica coppa a forma di V.

Dick Bradsell era estremamente rigoroso, in fatto di cocktail: aveva capitanato il rinascimento londinese, non una cosa di poco conto. È un po’ difficile immaginarlo mentre chiude un occhio di fronte a qualcuno che rinomina il suo drink in modo così approssimativo. Tanto meno che l’abbia fatto lui. Ma tant’è, a un certo punto il Vodka Espresso è diventato Espresso Martini e con questo nome ha navigato la miscelazione mondiale.

Il ritorno alla ribalta

Con “navigato” non si intende che è sempre rimasto sulla cresta dell’onda. Anzi, per qualche tempo è rimasto lontano dai riflettori. Fino a circa il 2015 la popolarità è stata ridotta, ma a partire dall’anno successivo le cose sono cambiate repentinamente.

Non è stato un fuoco di paglia: nel 2018 Drinks International rivelava che l’Espresso Martini era tra i primi dieci cocktail ordinati nel 40% dei bar d’élite mondiali. E dopo la pandemia le cose hanno continuato ad andare benissimo.

I dati raccolti dalle fonti più autorevoli confermano che la tendenza è simile negli Usa come in Europa (Italia compresa) e nel resto del mondo: l’Espresso Martini è una realtà ormai consolidata, complice la diffusa disponibilità di caffè di alta qualità. Inoltre la sua ascesa ha trovato terreno particolarmente fertile nella Generazione Z.

La ricetta dell’Espresso Martini

Espresso Martini cocktail, la ricetta
Espresso Martini cocktail

Il ritorno in auge dell’Espresso Martini è andato di pari passo con la diffusione di variazioni sul tema: in giro per il mondo lo fanno con tequila, whiskey, sotto forma di granita e chi più ne ha più ne metta. Di seguito, la ricetta relativamente fedele all’originale di Dick Bradsell: la differenza sta nell’uso di un solo liquore al caffè invece di due.

Ingredienti

  • 50 ml vodka
  • 30 ml liquore al caffè
  • 10 ml sciroppo di zucchero
  • 1 tazzina di caffè espresso

Procedimento

Raffreddare una coppetta. Inserire tutti gli ingredienti nello shaker insieme ad alcuni cubetti di ghiaccio. Agitare con la foga necessaria a “risvegliare e dare la scossa”, poi filtrare nella coppetta.

Garnish

Tre chicchi di caffè appoggiati sopra la spuma del drink.

Foto di Emanuel Florentin x Coqtail, location Bob Milano – riproduzione vietata